Lo sport deve essere analizzato e considerato come un insieme di situazioni, alcune delle quali con effetti stressanti.L’allenamento e gli stimoli allenanti sono un vero e proprio stress, uno stress mirato a costruire nell’atleta la capacità di sopportare lo stress da gara.

La fisiologia dello sport da anni studia, con ottimi risultati, gli effetti dei carichi fisici sugli atleti.

La psicologia, che negli ultimi anni ha assunto una posizione di rilievo nel mondo dello sport, tende soprattutto a cercare di evidenziare quelli che possono essere gli agenti stressanti di tipo emotivo, affettivo e sociale, non solo sugli atleti, ma anche sugli istruttori ed allenatori.

Chi si occupa di sport conosce bene come spesso sono proprio gli agenti emotivi a condizionare la prestazione del giocatore e del tecnico.

Ogni atleta ed ogni allenatore, attribuisce un significato diverso alla gara e conseguentemente il suo vissuto interiore si modifica a seconda di questi significati.

La gara spesso viene vissuta come disagio, che può manifestarsi con modalità diverse.

Alcuni atleti ed allenatori hanno difficoltà di tipo psicologico, altri nel periodo che precede la gara, manifestano problematiche di tipo organico, ma tutte queste problematiche nascono dal vissuto interiore che l’uomo(atleta e allenatore) ha nei confronti della competizione.

La modernizzazione della società odierna passa anche attraverso l’evoluzione, la modificazione e il cambiamento dell’uomo.

La realizzazione dell’uomo moderno richiede una formazione educativa complessa, che solo poco anni fa era impensabile ipotizzare.

In questi ultimi anni anche lo sport ha assunto funzioni educative finalizzate alla formazione di un “cittadino” sempre più capace di vivere in sintonia con il mondo fisico e sociale nel quale è inserito, così anche lo sport in generale e, per quanto ci riguarda, gli sport di situazione (pallavolo, pallacanestro, calcio, rugby, pallamano), non si possono sottrarre a questi doveri etici e morali.

Praticare l’attività sportiva è certamente più impegnativo rispetto al passato, anche in funzione di ciò che rappresenta, per i significati che assume, per le aspettative che su di essa sono riposte, soprattutto da quelle nuove generazioni troppo spesso influenzate e condizionate da modelli culturali e dai media (televisioni, giornali, riviste, spettacoli), esasperatamente materialistici.

Il non rispettare le tappe evolutive, l’avere sempre troppa fretta, il provocare ansia e stress, il voler vincere a tutti i costi, il ricercare la prestazione finalizzata alla popolarità sociale, vissuta in un modo troppo spesso ossessivo, determina una mistificazione del rapporto con lo sport, che non produce altro che abbandoni, fallimenti, frustrazioni e spesso disadattamento.

Oggi più che mai, chi si occupa di attività sportiva e in particolare di quella giovanile, deve possedere uno spiccato senso della responsabilità e la preparazione dell’istruttore di base (6-11 anni), dell’istruttore a livello giovanile (dopo i 12 anni) e dell’allenatore a livello senior, deve essere supportata da una base culturale idonea al compito che andrà a svolgere, in funzione della possibilità di utilizzare lo stimolo “sport” e nel nostro caso “sport di squadra” in un’ottica corretta ed efficace.

Possedere capacità, aumentare le conoscenze, essere competente, conoscere a chi si insegna e chi si allena, conoscere metodi differenti di insegnamento e di allenamento, saper utilizzare a seconda dei casi, feedback differenti (positivi e negativi), saper comunicare, non trasmettere ai giocatori ansia e stress, devono essere le componenti essenziali in un rapporto educativo e formativo dell’istruttore e dell’allenatore con i propri giocatori.

In questa sede, intendiamo verificare in quale modo l’ansia e lo stress influiscono sui giocatori e sugli allenatori durante la competizione.

Questi due stati emotivi possono avere delle ripercussioni negative di tipo fisico sui giocatori e sugli allenatori, rischiando seriamente di compromettere il risultato di una gara.

Analizzeremo, quindi, gli effetti e i problemi, sia dal punto di vista dei giocatori, sia di quello degli allenatori, con l’obiettivo di proporre delle soluzioni corrette, per arrivare ad affrontare la competizione in modo positivo.

Il nostro lavoro partirà dall’analisi dell’ansia e dello stress nei campionati giovanili, per poi proseguire fino ai campionati professionistici.

Prima di entrare “in partita”, definiamo l’ansia e lo stress.

L’ansia è un fenomeno naturale che si prova quando alcuni valori fondamentali (di sopravvivenza, sociali, psichici, sportivi) sono minacciati.

E’ lo stato di allarme, di attenzione, di vigilanza, che segue all’immediata percezione del pericolo e di fatto precede il manifestarsi del pericolo stesso. Lo stato d’ansia è la condizione di preparazione dell’organismo davanti ad uno stato di emergenza.

Lo stress è la reazione dell’individuo quando deve affrontare una esigenza o adattarsi ad una novità.

Come si può notare, molte sono le relazioni e i rapporti che intercorrono tra ansia e stress.

Nel 1956 Selye aveva studiato i due termini, battezzandoli:

EUTRESS: stress positivo

DISTRESS: forma di stress negativo, che in psicologia dello sport, si identifica con l’ansia.

Ansia e stress ricorrono spesso nel linguaggio moderno, in quanto i ritmi a cui siamo sottoposti e le tensioni giornaliere continue, impediscono un po’ di svago e di relax e mettono continuamente a dura prova il nostro Sistema Nervoso.

Anche nello sport tutto ciò accade, anche se il tutto si può riassumere in due fattori che interagiscono tra loro:

– l’incertezza del risultato della gara;

– l’importanza attribuita alla gara.

L’ansia può aiutare a vincere una partita?

Molti allenatori dicono di si.

Ad esempio l’allenatore Mike D’Antoni, al giornalista che gli chiedeva, quale fosse il segreto del suo perdurante successo con la squadra di pallacanestro Benetton Treviso, ha risposto: “Prima di ogni partita ho sempre paura…..”.

In realtà, la reazione ansiosa sottende complesse reazioni a carico del sistema muscolare, scheletrico, neurovegetativo e neuroendocrino, che vanno sotto il nome di attivazione.

Sul versante psicologico, a seconda della capacità dell’Io di gestire l’evento (es. la partita), si registrano reazioni funzionali, nevrotiche e psicotiche.

Sentire ansia è utile e dà la misura di come non si è perfetti, ma limitati: aiuta nel percepire meglio la realtà e spinge verso la consapevolezza.

Il torneo, la partita, il campionato, la prima partita di MiniHandball per il bambino, i play-off, rappresentano momenti in cui l’Io del giocatore è da una parte minacciato (“posso giocare male”, “non segno”, “non valgo molto”) e dall’altra è eccitato da una ulteriore possibilità di migliorarsi (“voglio vincere”, voglio battere il mio difensore”, “voglio provare a…..”) e di “farsi vedere”..

La reazione ansiosa di tipo nevrotico si differenzia per l’intensità e il “vissuto” del giocatore.

La genesi risiede nella struttura della personalità dell’atleta che presenta, generalmente, un’Io debole ed indifeso nell’affrontare le richieste interiorizzate dall’individuo (“devo essere il più forte tiratore, rimbalzista, schiacciatore, rigorista, palleggiatore, passatore, difensore”) e/o le minacce dell’ambiente (le frustrazioni dell’allenamento, il rapporto con l’allenatore, con i compagni, con gli avversari, con gli arbitri, con il pubblico).

Il giocatore tende così a sottovalutarsi o al contrario a sopravvalutarsi.

Il suo rapporto con la realtà è mediato da fantasticherie e il rapporto con gli altri si caratterizza rigidamente in dipendenza, simbiosi, in distacco o isolamento, in aggressività e in bisogno di dominio.

Reazioni di tipo psicotico, molto rare tra i giocatori di alto livello, si presentano invece con una certa frequenza, in forma episodica tra gli adolescenti ed esprimono la grossa difficoltà dell’Io di continuare ad avere un contatto con la realtà (minacciosa e difficile), come può apparire in una partita importante e giocata male.

Così come ci sono differenti reazioni psichiche, anche a livello psico-fisiologico si registrano modificazioni differenti da persona a persona.

L’attivazione fisica ed emozionale, che viene definita “arousal”, determina la qualità della prestazione: un basso livello di “arousal” od uno troppo alto, influenzano negativamente la prestazione stessa.

La massima prestazione si ottiene con un livello di attivazione intermedio, ottimale per la persona.

La difficoltà per l’allenatore, come per lo psicologo, sta nel discriminare quale possa essere il giusto livello di attivazione per il giocatore: per raggiungerlo e mantenerlo né troppo alto, né troppo basso, prima e durante la partita.

“Cosa fare e come fare” (prendere delle decisioni), è compito della preparazione psicologica del giocatore e comporta diversi interventi da parte dell’allenatore, del preparatore atletico, dello psicologo e dei compagni di squadra.

I tornei e le partite amichevoli pre-campionato, rappresentano per l’allenatore l’occasione giusta per valutare i diversi livelli di attivazione che hanno i giocatori e programmare, di conseguenza, gli interventi più idonei e funzionali per raggiungere l’attivazione ideale.

Come un allenatore può accorgersi di cosa accade ai suoi giocatori nei giorni precedenti, poco prima della partita e durante la stessa?

Un allenatore, per accorgersi di cosa accade, deve semplicemente osservare i suoi giocatori come persone e ciò lo aiuta a vedere come l’ansia si manifesta, coinvolgendo l’intero organismo (a livello somatico, psicologico e interpersonale).

Quando un giocatore è ansioso, intervengono modificazioni di tutti i sistemi, con presenza, tra l’altro, di noradrenalina e adrenalina nelle urine, ma questo non può essere verificato senza l’aiuto del medico.

Tenendo presente che si registrano manifestazioni ansiose differenti per ogni giocatore (o allenatore), con un gamma vastissima di sintomi, chi somatizza, potrebbe presentare:

– un aumento della tensione dei muscoli scheletrici (difficoltà nei movimenti, poca coordinazione, crampi, etc.);

– tremori, difficoltà di linguaggio, contrazioni;

– una elevazione o una caduta della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa (palpitazione, rossore o pallore, svenimenti, tachicardia);

– disturbi dell’apparato gastrointestinale (nausea, vomito, costipazione, diarrea);

– sudorazione eccessiva;

– dilatazione delle pupille;

– respirazione affannosa;

– inappetenza;

– insonnia.

Accanto a sintomi così vistosi, lo stato ansioso comporta una serie di sensazioni sgradevoli, di pensieri, di fantasie, di agitazioni, la cui percezione da parte del giocatore (e dell’allenatore), aumenta ancora più il disagio e l’apprensione: può mostrarsi teso e spaventato come in presenza di un pericolo imminente e sconosciuto.

L’aspetto più doloroso del fenomeno è la sensazione di impotenza nell’affrontare ciò che sta accadendo.

Come ci si difende dall’ansia?

Molti giocatori (ma anche gli allenatori) si difendono dall’ansia:

razionalizzando (trovando delle spiegazioni in ciò che sta succedendo);

negando (“oggi non sento niente”, “non mi importa nulla della partita”, “la squadra avversaria è scarsa”);

convertendo nell’opposto (scherzando, ridendo);

ritualizzando (sedendosi sempre allo stesso posto nello spogliatoio o in panchina, legarsi le scarpe con un procedimento particolare);

proiettando (vedendo negli altri la propria ansia “i miei compagni sono ansiosi, devo rassicurarli”);

isolandosi (evitando gli altri, non parlando);

convertendo tutte le situazioni ansiose sul proprio corpo (tutto la sintomatologia psicosomatica descritta precedentemente).

N.B. Se nel giocatore professionista (o allenatore) lo stato ansioso persiste e si ripresenta sempre con maggiore frequenza ed intensità, lo stesso può ricorrere a farmaci (psicofarmaci, caffè, alcool, nicotina, mariyuana, cocaina), o a sostanze che stimolano o contengono (eccitanti, miorilassanti, sedativi) l’ansia stessa (le droghe pesanti sono molto diffuse tra i giocatori dell’N.B.A.).

I fattori che provocano l’ansia: “stressori”

Alla fine del pre-campionato, l’allenatore deve avere ben chiaro lo stato di salute psichica dei propri giocatori (preparazione psicologica) oltre alla preparazione fisica, tecnica e tattica.

Nella sua valutazione deve individuare i vari fattori che hanno contribuito e/o contribuiscono ad elevare o abbassare la potenziale forza psicofisica dei giocatori, tenendo conto, tra le altre cose, dell’età, personalità, carisma, livello di preparazione, squadra, obiettivi.

I fattori “stressori” si possono dividere in:

– “stressori” legati alla partita;

– “stressori” non legati alla partita.

Gli “stressori” non legati alla partita possono essere:

il cambiamento di squadra o di città (il processo di adattamento richiede un certo periodo di tempo);

la diversità razziale e/o culturale (dominanza o eccessiva dipendenza);

il rapporto con i genitori e i parenti (nei bambini e negli adolescenti il rapporto con i genitori influisce fortemente sulla prestazione – pressioni, incitamenti, identificazione, proiezione del genitore sul giovane giocatore – creano un clima di tensione incredibile);

il rapporto con lo studio o con il lavoro (al lavoro si è stanchi, si va male a scuola);

il rapporto con l’allenatore (un allenatore troppo ansioso può “inondare” la squadra di ansia e con i bambini e gli adolescenti gli effetti sono devastanti; l’unica soluzione è che l’allenatore se ne accorga e che sia aiutato a prenderne consapevolezza);

l’ambiente societario (organigramma, obiettivi, mancanza di sponsor, stipendi in ritardo, mancanza di palestra, numero insufficiente di palloni);

i metodi di allenamento (una preparazione inadeguata facilita le manifestazioni ansiose dei giocatori, in quanto si sentono poco protetti sul piano tecnico, tattico e atletico).

Gli “stressori” legati alla partita possono essere:

la paura di non essere capace: il compito dell’allenatore è quello di accettare il giocatore con le sue ansie senza ridicolizzarlo, permettere ai giocatori di esprimerla, proteggere il giocatore ansioso, rincuoralo in caso di errore;

la paura di non essere in grado di controllare l’evolversi della partita: alcuni giocatori sono stimolati dalla partita, altri (in special modo i bambini che giocano a Minibasket e Propaganda) vivono la partita come un gioco, in quanto sanno che giocheranno tutti, che tutti hanno le stesse possibilità, che si sono allenati regolarmente durante la settimana, che possono contare sui compagni di squadra, che hanno un istruttore sereno anche in caso di sconfitta. Ad un giocatore senior può dare sicurezza, invece, conoscere alla perfezione gli schemi di attacco e di difesa della propria squadra, conoscere gli schemi della squadra avversaria, essersi allenato bene durante la settimana, poter scegliere l’avversario sul quale difendere;

il rapporto con le regole: la partita ha delle regole e bisogna rispettarle (regolamento di gioco). I bambini spesso non le conoscono, a volte non vengono gli arbitri, l’istruttore deve insegnare ai bambini le regole in modo progressivo (come insegna i fondamentali di gioco), non deve imporle, deve proporle ed accettare gli errori (infrazioni, falli). L’allenatore deve aiutare il giovane giocatore ad accettare le norme e l’autorità (arbitro), sgombrando il campo dai “persecutori” e dalle “vittime”;

il rapporto con il pubblico: gli spettatori sono un elemento molto importante nello sport e nei contendenti, la presenza del pubblico dà la carica, ma a volte è anche un peso; per i bambini, a volte, la presenza dei genitori in tribuna è un peso;

l’importanza della vittoria: da non ricercare a tutti i costi;

il saper accettare con serenità la sconfitta.

Ognuno di noi manifesta una sindrome ansiosa soggettiva, con una sintomatologia molto individuale.

Lo sportivo (atleta, tecnico), prima di essere tale, è una persona ed è in questa persona che noi dobbiamo capire l’origine della sua ansia.

Più una persona è insicura, più la fiducia in se stessa sarà scarsa e sarà probabile che nella sua vita vi sarà una componente ansiosa costante: ansia da tratto.

Quando si prova ansia solo in determinate situazioni specifiche, si parla di ansia da stato, che si lega particolarmente agli stimoli ambientali.

Martens nel 1977, ha inserito questi due tipi di ansia nell’ambito sportivo, distinguendo tra:

ansia di stato competitiva: ogni singolo atleta vive prima di una competizione una grande ansia, che si manifesta sia a carattere cognitivo (aspettative negative verso se stessi, il risultato della gara, la propria prestazione), che somatico (modificazioni fisiche con l’avvicinarsi della gara);

ansia di tratto competitiva: che dipende dalla predisposizione del giocatore a percepire la gara con timore e tensione.

Più un giocatore è forte nella sua personalità, fiducioso e sicuro di sé, e meno frequenti in partita saranno le situazioni che gli creeranno ansia.

L’atleta ansioso è costantemente sotto pressione, teme che il livello della sua prestazione definisca il suo valore anche come persona.

L’allenatore ansioso trasmette ansia ai propri giocatori.

L’allenatore, l’atleta e il calciatore in modo particolare, conoscono che il mondo dello sport è spietato e che basta un nonnulla per distruggere il rapporto di fiducia con il mondo esterno: tutto ciò genera spesso un ulteriore rinforzo sulla paura di non farcela.

Il giovane giocatore teme che una sua prestazione negativa possa diventare un giudizio negativo su tutta la sua persona, soprattutto quando intorno a lui vi sono persone (genitori in testa e allenatore) che si aspettano molto da lui.

Sicuramente lo stato ansioso si accentuerà, quando la gara sarà ritenuta particolarmente importante e significativa.

Ma è proprio sempre negativa l’ansia?

Non è infatti lo sport a scatenare eventuali reazioni ansiose, ma è il nostro modo di vivere lo sport, che genera queste fastidiose sensazioni di disagio.

Questo succede quando si ha una grande motivazione al raggiungimento dell’obiettivo, infatti la stessa reazione ansiosa non è detto che il giocatore la debba provare per ogni gara.

Davanti ad una situazione ansiogena, il giocatore, se non è in grado di superare questo stato di difficoltà, potrà mettere in atto alcuni comportamenti di tipo difensivo (es. la fuga); spesso il desiderio di fuga si realizza attraverso un distanziamento psicologico dall’obiettivo.

Il giocatore effettuerà il riscaldamento pre-gara in modo superficiale, svogliato, più che sulla sua concentrazione, penserà al valore degli avversari e alle difficoltà che potrebbero insorgere e a volte si lamenterà di non sentirsi bene.

Un’altra modalità di reazione davanti all’ansia, è quella detta dell’Immobilità.

Quando un giocatore utilizza questo tipo di difesa, diventerà contratto, rigido, il suo viso apparirà inespressivo e lo sguardo sarà impaurito ed assente.

Di fatto le tensioni lo immobilizzeranno e i suoi movimenti saranno impacciati oltre misura.

Quando un giovane giocatore vive queste sensazioni, è pervaso da una forte insicurezza, fa fatica a concentrarsi e a decidere una strategia agonistica corretta. La confusione è sovrana nella sua testa, si modificano anche le capacità percettive, al punto di interpretare ciò che lo circonda come più negativo di quello che in realtà è e le difficoltà verranno amplificate.

Anche l’allenatore vive le stesse conflittualità, prima della gara è nervoso, in partita si “aggrappa” al più bravo, gli chiede di risolvere i problemi in campo, non tiene conto degli altri giocatori che potrebbero essergli di aiuto, nei “time out” urla e impreca e……..trasmette ansia.

La sindrome ansiosa è personale, infatti non tutti i giocatori ansiosi presentano gli stessi sintomi: alcuni evidenzieranno la loro ansia maggiormente sul versante fisico, altri invece su quello comportamentale e psichico.

Il vero problema dell’ansia non è tanto quello della sua presenza, il vero problema è come l’allenatore e i giocatori la vivono.

Il pre-gara

Un dato di fatto è che non tutti i giocatori e gli allenatori percepiscono negativamente le sensazioni fisiche e psicologiche del pre-gara.

L’andamento dell’ansia subisce delle modificazioni man mano che ci si avvicina alla partita.

Vi sono giocatori ed allenatori che interpretano le tensioni fisiche come il segnale positivo dell’attivazione della “macchina atletica” che si prepara alla gara ed altri, quelli sicuramente più fragili psicologicamente, vivono molto male queste sensazioni, si spaventano ed attribuiscono ad esse solo ed esclusivamente una connotazione negativa in funzione della gara.

Appena questi giocatori ed allenatori percepiscono un aumento del battito cardiaco o delle tensioni muscolari, pensano di non avere più le capacità di dirigere la squadra o di compiere una prestazione di buon livello.

Il problema di queste persone è che, buona parte delle loro energie, vengono assorbite dalla necessità di tenere sotto controllo queste sensazioni e così facendo, sottraggono una buona fetta di energia all’obiettivo della gara (condurre bene la squadra e giocare bene).

A livello professionistico, se l’allenatore e lo psicologo sono d’accordo, può esserci una serie di interventi da parte dello psicologo, differenti per ciascun giocatore.

E’ questo il momento in cui lo psicologo può agire solo se ha una profonda conoscenza del gruppo, dei singoli giocatori, della situazione gara e delle tecniche a sua disposizione.

Nelle ore e nei minuti prima della partita, si sviluppa nell’allenatore e nei giocatori un’altissima tensione, quasi un “picco” nel livello di attivazione. E’ importante che venga ben gestito, in quanto un’alta tensione muscolare e psichica prolungata, può fare arrivare i giocatori esausti in campo.

La gara

L’entrare in palestra, aiuta generalmente ad abbassare il livello di attivazione dei giocatori, sebbene i diversi momenti della partita provocano brusche reazioni psicofisiche.

Il tiro, il rimbalzo, il salto a due, i tiri liberi o su azione, il rigore, la punizione, il muro, la schiacciata a pochi secondi dal termine dell’incontro, attivano nel giocatore e nell’allenatore, reazioni fisiologiche ed emotive molto intense.

Ma colui che sopporta gran parte di questa tensione, senza la possibilità di scaricarla, è l’allenatore.

Intorno a lui ruota, infatti, tutto il peso tecnico-tattico ed emozionale della partita e, più di reazioni ansiose, sarebbe opportuno parlare di stress.

Il termine della partita non decreta automaticamente la caduta della tensione, il livello di attenzione si è probabilmente abbassato rispetto al picco iniziale, ma ciò non è sempre vero e dipende dal risultato e dalla performance avuta dal singolo giocatore e dalla squadra.

Il post-gara

La tensione post-gara si manifesta con:

1. aggressività: esibita particolarmente quando il giocatore non ha fornito (o crede) una buona prestazione. L’aggressività può essere rivolta verso gli arbitri, il pubblico, i compagni, gli avversari, verso se stesso; se è rivolta contro se stesso provoca reazioni depressive più o meno transitorie e coincide facilmente con la sconfitta;

2. euforia: più piacevole come sensazione, ma non riuscire a controllarla e contenerla provoca dei problemi (fantasie e pensieri sulle partite successive).

Sulla tensione post-gara si può intervenire nello spogliatoio a livello:

Ø corporeo: bagno caldo, massaggio, tecniche di rilassamento e di respirazione;

Ø cognitivoemozionale: l’allenatore interviene fornendo informazioni e rassicurazioni molto brevi sulla partita (sia in caso di vittoria che di sconfitta) e preparare la squadra al prossimo incontro.

Bisogna comunque rilassarsi!

Tutte le tecniche di rilassamento muscolare (training autogeno, rilassamento progressivo di Jacobson, biofeedback, yoga, meditazione Zen, musicoterapia, psicoterapia, ipnosi, altri metodi), hanno come obiettivo il controllo delle tensioni, la gestione dello stress e dell’ansia ed alcune si pongono anche come obiettivo la crescita interiore della persona, al fine di rimuovere la cause che originano l’insorgenza dell’ansia.

Il primo obiettivo da centrare, con l’utilizzo di una tecnica di rilassamento muscolare, è quello di mettere il giocatore (o l’allenatore) in grado di percepire le proprie tensioni muscolari e soprattutto capire quali sono le zone del corpo dove queste tensioni si manifestano: fronte, collo, spalle, gambe, etc.

Il secondo passaggio permette al giocatore (a all’allenatore), di essere in grado di rilassare quelle zone del corpo dove si sono insediate le tensioni.

Il passo successivo si caratterizza nella capacità di infondere nel proprio corpo una sensazione di benessere generalizzato, imparando anche a controllare il respiro e il battito cardiaco.

L’utilizzo delle tecniche di rilassamento muscolare, può essere utilizzato solo dai 15-16 anni in su; prima è molto difficile poter far capire ai giovani il senso di ciò che si andrà a proporre.

Dall’ansia allo stress il passo è breve.

Lo stress

Secondo Selye, “lo stress è una risposta non specifica dell’organismo ad ogni agente ambientale perturbante”.

Il nostro corpo si difende dai fatti e dagli agenti vissuti come stressanti, attraverso la sindrome di adattamento che ha la funzione di proteggere il corpo dalle situazioni vissute come pericolose, implica un lavoro di tipo nervoso ed endocrino, che prepara l’organismo ad una reazione di attacco o di difesa.

La sindrome di adattamento si attua in tre fasi:

Ø allarme (con forte stimolo surrenale e produzione di corticoidi);

Ø resistenza (l’organismo si organizza per resistere);

Ø esaurimento.

E’ importante la qualità dell’agente stressante, ma è altrettanto importante come la persona lo vive.

Lo stesso agente stressante può provocare reazioni diverse a seconda della persona che lo subisce: lo stato d’animo, la fiducia in se stessi, il grado di salute ed efficienza dell’organismo, possono condizionare e mediare l’effetto stressante sull’individuo (giocatore e allenatore).

A livello infantile è importante comprendere come lo sport per il bambino troppo spesso assuma significati che vanno al di là di ciò che è veramente l’attività sportiva.

Una eccessiva insicurezza in se stesso, condiziona fortemente il bambino davanti alla gara.

Il bambino non pensa che potrebbe vincere, ma è terrorizzato soprattutto dall’idea della sconfitta e di conseguenza tende a giocare soprattutto per non perdere, perché tendenzialmente pensa sempre che l’avversario sia superiore a lui.

La paura di non riuscire e la mancanza di fiducia delle proprie possibilità, rappresentano un fattore di stress molto importante.

Molto spesso anche i genitori del bambino che pratica lo sport, possono avere delle responsabilità sul come il figlio vive la realtà sportiva, in quanto trasferiscono su di lui, le proprie motivazioni allo sport.

Il genitore troppo interessato al successo del figlio, è quasi sempre colui che si identifica nell’esperienza sportiva del bambino, al punto che la vittoria o la sconfitta del figlio diventano la propria vittoria o la propria sconfitta.

Questo tipo di genitore non riesce a lasciare libero il bambino di vivere mentalmente l’esperienza sportiva con i significati e le motivazioni tipiche di questa età.

Questo è il genitore che pensa che sia importante che il figlio sia più bravo di tutti, che vinca il più possibile e quando il figlio ha successo, è come se il successo fosse il suo.

Questa situazione a lungo andare crea molti problemi, infatti il bambino si trova nella condizione di vivere lo sport come un mezzo di mediazione nel rapporto con il genitore.

Il bambino non ha la capacità di capire che il genitore sbaglia comportandosi così.

Il bambino vede solo la differenza di comportamento nei suoi confronti da parte del genitore, a seconda che lui vinca o perda la competizione.

Quando il bambino vince, riceve gratificazioni e sorrisi, quando perde il genitore non riesce a nascondere la sua delusione e invece di rincuorarlo, standogli vicino, gli manifesta tutto il suo disappunto.

In questo modo il bambino si sente più amato quando vince (e per lui vincere significa conquistare l’amore del genitore) e “odiato” quando perde.

Tutto ciò crea una situazione di grave tensione, prima e durante la gara e le problematiche di ansia in situazioni di questo tipo sono molto frequenti.

Anche con il rapporto con l’istruttore, con l’allenatore e con i dirigenti della Società Sportiva, possono crearsi distorsioni molto simili a quelle sopra descritte.

Quando la Società Sportiva e i dirigenti considerano il bambino un mezzo per conquistare dei trofei o delle vittorie, quando il tecnico considera il bambino solo uno strumento per dimostrare il suo valore, allora nascono i guai e il bambino non è in grado di vivere serenamente la sua esperienza sportiva.

Soprattutto nella fascia di età che va dai 6 agli 11-12 anni, queste problematiche sono molto importanti, perché è in questo periodo che il bambino ricerca, nella sua esperienza sportiva, soprattutto la gratificazione di quella che viene definita la motivazione ludica: il gioco.

A quest’età bisogna giocare allo sport, non praticare lo sport!

Dagli 11-12 anni in avanti, un fattore di stress può essere legato al forte bisogno che l’adolescente ha di conquistare la stima del gruppo.

In questo periodo diventa importante essere bravi e vincenti, soprattutto nel rapporto con i coetanei; un rapporto questo che, in questo periodo, è sempre molto competitivo.

Per il ragazzo la gara non significa solo vincere o perdere per se stesso e fare bella figura diviene drammaticamente importante per definire il proprio ruolo all’interno del gruppo (leader, gregario).

Spesso in questo periodo, a causa delle modificazioni strutturali, fisiche, neurovegetative, si possono registrare cadute di rendimento legate alla perdita degli aspetti motori coordinativi già conseguiti.

E’ questo il periodo definito “della ristrutturazione delle capacità motorie”.

Non bisogna anticipare i tempi di sviluppo delle capacità e abilità motorie, non bisogna pretendere prima del tempo i risultati, bisogna rispettare i tempi e i ritmi di apprendimento, quindi l’istruttore deve avere pazienza, deve saper aspettare.

Allenamenti troppo frequenti, monotoni, ripetitivi, faticosi, la mancanza di tempo libero per uscire con gli amici per svagarsi, le partite, i rimproveri, provocano nei giovani giocatori stati ansiogeni: tutto ciò può creare difficoltà che spesso sfociano nell’abbandono dell’attività sportiva (drop out).

Un fattore di stress molto importante e troppo spesso trascurato, è quello legato ai sensi di colpa nei confronti dello sport.

Capita spesso che vi siano giocatori che hanno avuto dai genitori una educazione nella quale lo sport è considerato una perdita di tempo; vi sono atleti che per poter praticare lo sport hanno dovuto lottare anche contro la famiglia.

Quando i genitori non conoscono i vantaggi che arreca lo sport in prima persona, spesso inculcano nel giovane un senso di colpa nei confronti dello sport. Essi credono che il tempo dedicato allo sport sia tempo buttato, da spendere invece in attività più costruttive come lo studio e il lavoro.

Queste convinzioni diventano dubbi che si strutturano nella mente del giovane, al punto che ogni volta che fa sport, è come se facesse delle cose negative.

Spesso problematiche di questo tipo sono inconsce e si manifestano attraverso disturbi psicosomatici e tra questi vi è sicuramente la tendenza all’infortunio di tipo psicosomatico.

La gara, l’esame e molte altre situazioni nella vita, dalle quali noi istruttori ed allenatori, ricaviamo una immagine delle nostre capacità, ci creano tensione.

Questo tipo di tensione è utile ed adeguato quando consente all’individuo di concentrare tutte le energie sull’obiettivo da raggiungere.

In questo caso, il soggetto è in grado di mettere al servizio del suo desiderio, tutte le sue competenze tecniche, atletiche e mentali.

Questo è il tipico caso di quegli allenatori ed atleti che riescono a rendere e dare il massimo di se stessi, proprio in occasione delle situazioni che contano, quelle più importanti.

Sia a livello giovanile che a livello senior, vi sono moltissimi atleti ed allenatori che, davanti ad una situazione importante (gara), non riescono a tradurre in comportamenti positivi le proprie potenzialità.

E’ il caso tipico di giocatori che, pur possedendo mezzi atletici e tecnici idonei ad affrontare la gara, vivono una situazione di disagio talmente forte, da non riuscire a dare tutto ciò che hanno dentro di sé.

Lo stesso dicasi per molti istruttori ed allenatori che vivono intensamente il pre-gara e la gara stessa.

Non sono sereni, hanno paura della competizione (vittoria, sconfitta o incertezza) e scaricano sugli atleti la loro tensione nello spogliatoio e durante la gara (insulti, imprecazioni).

La capacità di comunicazione dell’istruttore e dell’allenatore, incide molto sullo stato ansioso dei giocatori: bisogna essere calmi, parlare tranquillamente, non enfatizzare troppo la gara, senza però tralasciare l’importanza dell’evento.

Da come si esprime l’allenatore nello spogliatoio, i giocatori ne ricavano le spinte per prepararsi alla gara; lo stesso dicasi durante la partita (es. nei time-out del volley e del basket).

Aver lavorato bene in questo periodo, significa creare i fondamenti affinchè il giocatore abbia un buon rapporto con il proprio corpo e con le proprie pulsioni.

Saper discriminare le varie differenze di tonicità nel corpo, permette alla persona (giocatore e allenatore), di avere un parametro in più per riconoscere il proprio stato d’animo ed anche quello degli altri.

Contrazione e decontrazione sono l’effetto sul corpo di stati d’animo diversi e l’imparare a riconoscerli su se stessi e sul corpo degli altri, è possibile solo si è lavorato su queste tematiche e sulla gestione delle pulsioni nel periodo 6-11 anni (multilateralità, educazione motoria di base) e dai 12 ai 15-16 anni (avviamento sportivo, sviluppo delle capacità motoria, perfezionamento dei fondamentali individuali e collettivi di attacco e di difesa).

L’aggressività se non è educata ad essere scaricata con modalità adeguate, può diventare un pericoloso nemico in futuro.

Troppo spesso, ad una educazione troppo repressiva che tende a reprimere sul nascere qualsiasi forma di aggressività, corre in aiuto solo l’attività sportiva che offre al giovane la possibilità di evitare il pericoloso meccanismo che porta a dirigere l’eccesso di energia pulsionale contro se stessi, realtà che a lungo andare produce le malattie psicosomatiche.

Educare l’ansia e incanalare lo stress attraverso lo sport sono gli obiettivi principali di un allenatore.

La gara deve essere vissuta positivamente, l’agonismo deve essere inteso come confronto e non come scontro e il cercare ogni volta di migliorarsi, mettono in condizione l’allenatore (capace, competente, preparato e profondo conoscitore delle tematiche relative allo sviluppo dell’individuo) di operare bene.

Un aspetto forse un poco trascurato è invece quello della personalità degli istruttori e degli allenatori.

L’esperienza ci insegna che le caratteristiche di personalità sono di primaria importanza nella valutazione su chi è preposto all’allenamento dei giocatori.

Un allenatore positivo è colui che:

ha fiducia in se stesso

possiede una mentalità elastica

è intelligente e disponibile verso gli altri

è un leader

possiede un buon livello culturale

conosce bene se stesso

sa comunicare bene

è “curioso” verso il nuovo

non trasmette ansia e stress

– sa gestire bene i rapporti interpersonali

Un bravo allenatore, per poter comunicare con la squadra e con i singoli giocatori, deve essere una persona sicura delle proprie possibilità, convinta delle proprie idee e capace di metterle in discussione, senza mai farsi prendere dal panico e dall’ansia.

L’autocoscienza (capacità di conoscere chi è realmente, che cosa vuole ottenere) e l’autostima (avere fiducia nelle proprie possibilità, sapere quali sono i propri limiti, possedere equilibrio, indicare agli altri la strada giusta da percorrere per poter ottenere dei risultati), sono due elementi di personalità che determinano la possibilità o meno di essere un buon allenatore.

Se non c’è autostima ci saranno mille paure, troppi dubbi, che prima o poi genereranno ansia, stress e difficoltà nella gestione della squadra.

Per evitare stati ansiosi nei giocatori l’allenatore può:

proporre esercizi diversi con molte varianti (situazioni reali di gioco), in modo che l’allenamento non sia noioso e ripetitivo;

attivare la componente emotiva con un agonismo equilibrato, con piacevole ansietà, incitare i giocatori, creare un “buon spogliatoio”;

rivolgere lo sforzo del giocatore verso obiettivi che può raggiungere (ognuno può raggiungere i “suoi” obiettivi e non quelli degli altri);

proporre esercizi che soddisfino i bisogni e le motivazioni dei giocatori;

analizzare tutti gli aspetti della formazione dei giocatori, trattandoli da “persone” e non da robot.

Conclusioni

La sicurezza nei propri mezzi è quella virtù che permette l’elasticità mentale, che è da ritenersi un attributo fondamentale per la personalità dell’allenatore.

Più un allenatore sarà insicuro e più si arroccherà su una filosofia sportiva rigida, diventando incapace di modellarla in funzione del materiale umano a disposizione.

Se un allenatore sarà sicuro di se stesso, conquisterà la fiducia dei suoi atleti e quindi, il gruppo accetterà di farsi guidare senza paure, ansie o stress.

Troppo spesso molti allenatori, guidando una squadra, tendono a porsi nei confronti degli atleti con un atteggiamento autoritario (rifiuto della squadra a seguirlo), invece sarebbe molto meglio adottare lo stile della “leaderschip” e che l’allenatore debba possedere la capacità di cogliere il mondo interiore delle persone nei suoi significati più intimi e personali come se fossero i propri, senza dimenticare che in realtà non lo sono (empatia).

Questa qualità può essere accostata alla sensibilità, cioè alla capacità di percepire cosa una persona prova e come si sente di fronte ad una situazione.

L’allenatore empatico riuscirà a comprendere la sofferenza di chi sta in panchina, la paura del giocatore ansioso e in questo modo il suo rapporto con i giocatori diventerà più intenso e positivo.

L’allenatore empatico è quello che sa mettersi nei panni dell’altro, nei panni del bambino che fa fatica ad apprendere o che soffre perché teme di deludere i genitori, del giocatore che sta in panchina troppo spesso e gioca poco o non gioca mai e desidererebbe avere anche lui un momento di gloria, senza paure, ansie e stress.

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